Aspetti psicologici

DIVULGAZIONE E INFORMAZIONE

L’ALCOL E GLI ASPETTI PSICOLOGICI

L’alcolismo viene considerata una dipendenza che include diversi fattori, come i fattori biologici, quelli culturali ed infine quelli psicologici. La maggior parte degli esperti, infatti, ritiene l’alcolismo un disturbo eterogeneo con un’eziologia multifattoriale.

Sebbene non si possa parlare di una “personalità alcolista”, sono riscontrabili variabili di personalità e tematiche psicologiche costanti nelle persone che abusano di alcol.

Alcuni autori parlano di debolezza dell’Io e difficoltà a mantenere l’autostima, altri hanno osservato che l’alcol adempie la funzione di restaurare un qualche senso di rispetto del sé e di armonia interna. Più in generale, i tratti di personalità tipici della persona dedita al bere problematico riguardano la forte presenza di ansia, la difficoltà a sopportare le frustrazioni, una bassa autostima, la depressione, l’aggressività repressa, l’impulsività e il bisogno di gratificarsi.

Alcolismo e problemi psicologici

FATTORI PSICOLOGICI CHE CONTRIBUISCONO ALLA DIPENDENZA

Alcol e Depressione

Che tra alcolismo e depressione esistano stretti rapporti è un dato di fatto riconosciuto da molti studiosi, le divergenze di opinione riguardano la natura di questi rapporti ed in particolare come e quanto una condizione rappresenti il movente dell’altra.
La depressione, in quanto stato affettivo, è una modalità d’essere comune all’esperienza umana normale ed i confini con la depressione malattia sono a volte mal definiti. Le difficoltà derivano in parte dalla mancanza di chiarezza terminologica: la parola “depressione” viene usata con molti significati diversi, ed è necessario distinguere quello che è genericamente “sentirsi depressi” dalla malattia depressiva vera e propria. Sensazioni di tristezza e di infelicità rappresentano una normale reazione alle avversità, anche se i singoli individui possono manifestare in questo senso una grande variabilità per quanto riguarda il carattere e il tipo di risposta allo stress psicologico. Nel caso di disturbi dell’umore persistente gli individui vanno incontro a depressione dell’umore in maniera cronica ma irregolare, con manifestazioni che non sono così gravi da giustificare una diagnosi di malattia depressiva.
A differenza delle manifestazioni descritte fin’ora, la “malattia depressiva” propriamente detta è caratterizzata da periodi della durata di almeno due settimane in cui le persone vanno incontro a una deflessione dell’umore, accompagnata da una generale perdita di interesse o piacere nei confronti di quasi tutte le attività. L’alterazione dell’umore è spesso più accentuata in un particolare momento della giornata, di solito al mattino, ed è comunemente associata a mancanza di energia, affaticabilità e riduzione delle normali attività; frequente è anche un senso di stanchezza marcata in seguito a sforzi relativamente lievi. Altri sintomi tipici sono la diminuzione dell’attenzione e della capacità di concentrazione, la riduzione della stima di sé e della confidenza in sé stessi, idee di colpa o di inutilità, una visione del futuro negativa e pessimistica, un sonno disturbato, spesso caratterizzato da risvegli mattutini precoci, una diminuzione dell’appetito con conseguente perdita di peso, idee di autolesionismo e di suicidio e una perdita di interesse nei confronti delle attività sessuali (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1992). Più che le sensazioni di tristezza, i pazienti spesso enfatizzano i segni di tipo somatico e ritengono di essere malati fisicamente; sono spesso facilmente irritabili, incontrano difficoltà nel riflettere, nel concentrarsi nel prendere decisioni e possono apparire agitati o particolarmente rallentati. La malattia depressiva può manifestarsi con livelli di gravità e quadri sintomatologici estremamente variabili, che sono influenzati dal livello culturale, dell’età e della personalità del paziente.
E’ complesso riuscire a definire se la depressione è uno stato sintomatico precedente l’assunzione alcolica o viceversa, questo soprattutto a causa dell’alto potere depressogeno della sostanza alcolica sul sistema nervoso centrale. L’alcol infatti ha un’azione farmacologica, aumenta i pensieri negativi su di sé e sulle proprie capacità, i sentimenti di solitudine e angoscia ed amplifica in tal senso gli stati depressivi. Parliamo in questo caso di un tipo di alcolismo definito “primario”, in cui la depressione segue il bere problematico. L’alcol in questo senso assume per la persona il valore di autoterapia, in quanto portatore di una sensazione di benessere soggettivo, ma soprattutto di fuga dalla realtà. Se l’alcol sembra momentaneamente alleviare uno stato di tristezza, tale effetto è da mettere in relazione a una riduzione delle tendenze auto punitive insite nella maggior parte delle situazioni disforiche. Una volta svanito l’effetto della sostanza, però, si riattiva una accentuazione della condizione depressiva.
A volte invece l’incontro con l’alcol avviene in maniera secondaria rispetto ad una sindrome depressiva, si parla di “alcolismo secondario”. Alcune ricerche riportano che la depressione precede uno stato di dipendenza o abuso di alcol nel 66% delle donne. La depressione è in effetti più frequente nelle donne bevitrici, ma anche nei bevitori di entrambi i sessi che hanno alle spalle una storia familiare di problemi legati all’alcol, che hanno iniziato precocemente a bere in maniera eccessiva, che sono divorziati o che appartengono alle classi sociali meno privilegiate. All’alcol possono quindi far ricorso soggetti che stanno maturando problemi psichiatrici, nel tentativo di smorzare l’ansia, ridurre la coscienza dei disturbi e tollerare l’isolamento. Inoltre, la riduzione della capacità critica, la distorta valutazione della realtà e il diverso controllo di emozioni e pulsionalità, implicati nei disturbi psichiatrici, possono esasperare la ricerca di condizioni piacevoli, liberatorie ed eccitanti.

Alcol e ansia

Al pari del dolore fisico, l’ansia è considerata segnale di una situazione psicologica disturbante e di conflitto che dovrebbe sollecitare provvedimenti di evitamento del pericolo, reale o temuto. Entro certi limiti rappresenta un importante strumento di valutazione delle situazioni potenzialmente pericolose e permette all’organismo di attivarsi per fronteggiarle. Oltre una certa misura, però, diventa un fattore che può causare grande sofferenza e condurre ad un restringimento della vita sociale e lavorativa.
Sono molti gli studi clinici che dimostrano l’esistenza di un’associazione fra problemi legati all’uso di alcol e disturbi ansiosi, in tale senso l’alcol rappresenta di nuovo un “tentativo di autoterapia”, in cui la sostanza assunta diventa l’unico modo per “curare” il disagio percepito dalla persona. Si stima che nell’ambito della popolazione clinica circa un terzo dei bevitori problematici soffrano in maniera significativa di ansia.
Come per la depressione, anche nel caso dell’ansia la correlazione con l’abuso e la dipendenza da alcol non è lineare: i problemi di dipendenza possono insorgere come risultato di specifici disturbi d’ansia (come l’agorafobia, la fobia sociale e i disturbi da attacchi di panico) o all’inverso gli stati ansiosi possono arrivare conseguentemente a grandi assunzioni di alcol. Sembra infatti che l’alcol aumenti gli stati ansiosi in quelle persone che hanno assunto per molto tempo grandi quantità di alcol, ma anche in quelle persone che si considerano bevitori moderati: all’aspettativa magica che le difficoltà e la sofferenza psichica possa diluirsi con l’alcol, segue spesso la disillusione ed uno stato ancor più doloroso di impotenza e frustrazione. Inconsciamente vi è la fantasia che l’alcol possa modificare in modo sostanziale il proprio stato psichico e riparare o sostituire funzioni psicologiche danneggiate o mancanti. Durante i periodi di astinenza, successivi ad un consumo eccessivo di alcol, possono dunque verificarsi stati ansiosi molto simili agli attacchi di panico e ai disturbi ansiosi più in generale. Tale dato è suffragato a livello neurologico dal fatto che se la sostanza alcolica ha un effetto deprimente sul sistema nervoso centrale, in assenza di questa si verifica una iper-eccitazione del sistema che causa l’emersione di stati ansiosi.

Alcol e altri aspetti psicologici

L’alcol ha spesso il ruolo di coadiuvante nelle situazioni socializzanti perché in grado di realizzare un effetto disinibente soprattutto in quelle personalità introverse e fortemente inibite. La maggior parte degli aspetti educativi e dei processi di socializzazione si basa su regole volte a rinviare il soddisfacimento di stimoli pulsionali, quando questi meccanismi inibitori sono introiettati in maniera eccessivamente rigida possono inibire la persona, rendendola timorosa nell’approcciarsi all’altro e portandola a chiudersi in un isolamento forzato e non desiderato.

L’alcol può essere assunto in tali contesti come elemento disinibente, provocando modificazioni comportamentali in seguito alla sua azione sui centri inibitori cerebrali. Spesso la persona che abusa di alcol riferirà di sentirsi più tranquillo, maggiormente sicuro e adeguato nelle situazioni sociali e meno propenso a criticarsi e a rimproverarsi. L’effetto disinibente dell’alcol si può ricondurre quindi a una riduzione dei processi critici, un soggetto può avvalersi del suo utilizzo per esempio per affrontare un compito, una prestazione o una situazione sociale o affettiva nuova. Tale utilizzo della sostanza, però, pregiudica le risorse attivabili della persona, in quanto l’alcol subentra in tutte quelle situazioni che il soggetto non crede di poter affrontare da solo, andando quindi a rinforzare la percezione negativa che ha di sé stesso. Inoltre l’assunzione di alcol come disinibente può produrre in alcuni soggetti atteggiamenti di incontinenza emotiva in cui il bevitore diventa auto centrato e pretende continua attenzione e interesse da parte dell’altro. Allentando le difese e gli aspetti inibitori, il soggetto che assume alcol può inoltre diventare maggiormente aggressivo e litigioso, attuando atteggiamenti violenti e non controllabili, che possono mettere in serio pericolo anche dal punto di vista giudiziario.

Un accenno è da fare al binomio alcol e disturbi alimentari. Negli ultimi anni, con la diffusione di un modello femminile sempre più gracile ed emaciato, sono aumentati quei disturbi legati all’immagine di sé e del proprio corpo come l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa. Sembra che fino al 30% delle bevitrici problematiche possa ad un certo punto andare incontro a disturbi alimentari clinicamente significativi. A questo proposito un fenomeno che desta preoccupazione soprattutto negli Stati Uniti è quello chiamato drunkoressia”, termine col quale si indica un nuovo anomalo e pericoloso comportamento alimentare diffuso fra le adolescenti: mangiare poco fino ad arrivare anche a digiunare per poter assumere forti quantità di alcolici. La volontà di dimagrire non è fine a sé stessa come nell’anoressia, ma è strumentale all’assunzione di alcol. Le ragazze possono non riuscire ad assumere alcolici quando hanno cibo nello stomaco, quindi digiunare è necessario per poter bere. Inoltre, nell’anoressia, per continuare a dimagrire è necessario mettere in atto altri comportamenti, dopo aver assunto piccole quantità di cibo, quali: autoinduzione del vomito, uso di lassativi, logorante attività fisica. Al contrario, l’assunzione di alcol, grazie al relativo introito di zuccheri, procura un senso di sazietà che permette di non avvertire la fame.

L’associazione alcol-disturbi alimentari permette di introdurre anche l’aspetto del controllo degli impulsi. Nei soggetti alcol-dipendenti sono spesso stati riscontrati aspetti impulsivi e compulsivi che rendono difficile ritardare le gratificazioni. Alcuni autori hanno teorizzato che alcuni tipi di bevitori siano caratterizzati da un tipo di personalità che tende ad assumere stati di forte irritabilità, anticonformismo, insofferenza verso le regole e aggressività provocando in tal modo un’incapacità nell’affrontare in maniera adeguata le richieste e le aspettative dell’ambiente da cui provengono.

Esistono varie teorie psicologiche che cercano di spiegare il fenomeno dell’alcolismo sotto varie chiavi di lettura. Alcune focalizzano l’attenzione sugli aspetti interni del soggetto e sulle relazioni affettive sperimentate durante l’infanzia, altre parlano di comportamenti appresi all’interno dei contesti famigliari, altre ancora si concentrano sugli aspetti motivazionali e sociali. Al di là delle teorie specifiche non è semplice definire una o più personalità a rischio di strutturare una dipendenza alcolica. Vi sono numerosi fattori che intervengono e che non possono essere trascurati, come gli aspetti familiari, quelli ambientali e socio-culturali e le caratteristiche biologiche e questo è dimostrato dalla grande varietà di condotte alcoliche sperimentate. E’ bene dunque concludere che nonostante il fatto che alcuni aspetti psicologici sembrino essere comuni nei soggetti alcol dipendenti non è possibile restringere e ridurre le caratteristiche specifiche e peculiari delle persone a semplici e  limitati criteri di inclusione diagnostica.

Spesso le classificazioni riducono e limitano una comprensione a più ampio raggio di quelle che sono le caratteristiche specifiche delle persone: come interpretano e vivono le relazioni e gli eventi della vita, come percepiscono e si rapportano a loro stessi e agli altri, in che modo sperimentano vissuti di solitudine, tristezza e abbandono. E’ preferibile dunque abbracciare una teoria aperta alla complessità ed in questo senso attenta alla specificità del singolo, piuttosto che una teoria tesa alla classificazione e all’inquadramento, che tende alla semplicità e alla correlazione causa-effetto, ma perde di vista la peculiarità delle storie e delle persone.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI